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sabato, 27 ottobre 2007

Quo vadis?

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postato da: vingenzo alle ore 10:58 | link | commenti
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venerdì, 27 luglio 2007

1997 Ritorno a New York

rendercmsfield

Manhattan con le balestre e il cannibalismo è il sonno che attende il mondo oltre il cuore della città che non dorme mai, ed è lecito pensare che quel mondo non sarà o non sia già troppo diverso. È ciò che attende gli uomini al di là dell’Hudson, al di là del fiume dei morti, “Sapevo che eri morto...” gli dicono, “Infatti” risponde Plissken, e glielo dicono così tante volte che è lecito sospettare che lo siano davvero, lui, Il Duca, il Presidente e tutti gli altri. E se forse non lo sono ancora, certamente sono morti che camminano, il veleno d'altronde, a lui,  Snake, gliel’hanno già schizzato. E si aggirano per il mondo dei morti in una New York percorsa da fantasmi ognuno di un genere tutto proprio, ognuno di un genere diverso. Famelici zombi che vengono fuori dai tombini per procacciarsi il cibo, un taxi che fa i suoi giri mandando una spettrale, inquietante musica d’altri tempi da un mangianastri che sembra non girare (più che una premonizione, un'eco di Christine) e guidato da un Borgnine che di solito non lascia mai il suo mezzo, quasi fosse un tutt’uno, un solo fantasmagorico corpo con esso. Androgini e conturbanti figure femminili (una quanto mai erotica Adrienne Barbeau che scende, torcia alla mano, gli scalini di uno scantinato che paiono quelli di uno scalcinato castello), un Hotel, quello che accoglie Plissken al suo arrivo in città, decisamente maledetto, con una Hall tenuta in vita dal lume delle candele, e persino un grasso e goffo lottatore di wrestling simile, per certi aspetti, a quello di Barton Fink. E poi c’è lui, il Duca, con i suoi rinnegati multicolori e una specie di giacca unionista, unico possibile presidente nero di un territorio che è quanto mai oltre frontiera, un alter ego del Presidente e una sua inevitabile parodia, più che un antipresidente: dopotutto, l’ennesimo Kurtz.

In fondo è inutile visitare la New York che tutti vogliono raggiungere giacché ciò che c’è da vedere è tutto qua, al di qua del fiume Hudson, e il giro turistico a Manhattan è più che sufficiente. Il dentro/fuori è dato da un muro e da un ponte che non dividono tanto o soltanto, ma assegnano territori e lottizzano anime. Più che una città cosmopolita, con i suoi equilibri, una session assolutamente free dove le forme nascono e cadono istantaneamente come i corpi negli scontri che si succedono senza fine, in un processo di creazione-distruzione continuo in cui si accennano figure senza tempo che dileguano immediatamente. Più che un’esplosione, una centrifuga di colori tutt’altro che afferrabili, per quanto nitidi, e se trattasi di un’orgia è un orgia di oggetti new Dada dove i rifiuti vogliono recuperare la loro originaria purezza. Più The Warriors che Apocalypse Now, incursione e stasi, fiume e palcoscenico interagiscono alla perfezione tanto che alla fine è New York a rincorrere Snake, vorticandogli attorno. Nel frattempo però, col passare delle ore e delle facce e dei morti quel ”eri morto” diviene “eri dato per morto” (nella traduzione italiana), ed è forse non più solo Iena/Snake, ma il mondo stesso a poter riconquistare la vita, è a tutto il mondo che viene data la chance di riconquistare il proprio nome. Ma ciò che ci è noto ritorna come un refrain ineluttabile, non manca nulla in fondo: i pellerossa al solito vengono maledetti, il Presidente per sopravvivere si mostra più cattivo del cattivo e le note finali di rock and roll, quanto mai inquietanti, quanto e più di quelle del taxi, non lasciano scampo: Plissken è realmente morto, come il Duca, il Presidente e tutti gli altri, il meeting per la pace c’è già stato ed è già fallito e l'isola nella quale si muovono è quella rimasta dopo il massacro. E il giorno, il mattino, è solo un barbaglio.

 

 

postato da: vingenzo alle ore 17:37 | link | commenti (1)
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Un Cavaliere nel Far West

 

buffalo_bill_and_the_indians

 

Toro Seduto: “Toro Seduto ha detto che è qui per volontà del Grande Spirito, e che per suo volere è capo; il suo cuore è rosso e dolce, e ogni creatura che gli passa accanto cerca di leccarlo; gli orsi rubano il miele e le foglie lambiscono il cielo, se il Grande Spirito ha scelto qualcuno come capo della sua terra, costui è Toro Seduto.”

 

Buffalo Bill: “Holsey, dì...dì a Toro Seduto che Buffalo Bill ha detto: le sue foglie possono voltarsi in qualsiasi direzione purché egli sappia da quale parte soffia il vento...(mi pare di avergli risposto con le stesse cazzate che ha detto lui..., e a voi che impressione ha fatto...?)”     

postato da: vingenzo alle ore 12:24 | link | commenti
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domenica, 26 marzo 2006

Ancora a caldo sul Caimano.

La parte più intima, quella sull’Italia privata, portata avanti tutta da solo da Silvio Orlando, ha gli stessi difetti di un uomo di sinistra medio-borghese, ed è bella come un uomo di sinistra medio-borghese. Si teme sempre la floscezza, la soluzione facile, che in qualche momento pure arriva, ingenuamente (l’autoerotismo di Placido davanti a una scorata Jasmine Trisca, il vittimismo, un tantino gratuito e ripetitivo, di Orlando sulla spiaggia in cui viene ripreso il ritorno di Colombo), ma ecco che proprio quando si teme che il cancro, benigno in fondo, possa cronicizzarsi, vediamo emergere di nuovo in questa corsa affannosa immagini felici ed emozionanti, fossero pure strazianti, come quella di una ruspa che scaglia il primo colpo sul muro di un teatro di posa. Ed è un risveglio che permette alla luce di filtrare e al giorno, acceso e luminoso, di mostrarsi. E così dagli inevitabili, ma necessari, difetti di una storia lenta e patetica, in grado però di assumersi il peso e la responsabilità dei propri tempi e delle proprie necessità, si torna a scorrere in uno spazio in cui è un cinema senza tempo, che se ne va come una caravella del '400 per le strade della città, a regnare ancora e a voler continuare.

Al di là delle possibili letture metaforiche, tantissime, forse troppe (ma tutte "in dissolvenza"), ciò che colpisce è la sostanziale sterilizzazione di Berlusconi attraverso l’esagerazione della sua figura e dei tanti, ovvi e risaputi, luoghi comuni su di lui, tanto che si fa quasi difficoltà a vederlo realmente sotto attacco, aggredito, quanto più è maggiore l’enfasi grottesca con cui Moretti tesse la trama di una storia “mai raccontata”, raccontata da chi non vuol raccontare mentre si ritrova a farlo, perché chi voleva sapere ha saputo e chi non vuol capire non capirà. E la cosa che risulta essere più sorprendente nella narrazione è proprio quella più elementare, cioè la capacità di informare, di concretizzare un certo immaginario collettivo sul Cavaliere (i tempi remoti della sua ascesi, gli episodi mille volte narrati e mai visti, i soldi piovuti da chissà dove e le sue giornate a lavoro con i finanzieri tra i piedi) giocando con il luogo comune in un grottesco tanto surreale da risultare sempre “altra cosa”, un testo diretto altrove. Per raccontare ciò che è capitato quando era già troppo tardi, poiché c’era già un pubblico in attesa, e scivolare via verso un finale che è l’indagine su un cittadino troppo sospetto per essere colpevole, o troppo sospettato per essere colpevole di tutto, troppo brutto per essere vero. Un'indagine portata avanti unicamente per amore del cinema, lontani anni luce da Berlusconi, ma con la possibilità di trovare il cinema anche in un momento tanto spento, anche con Berlusconi. E senza snobbarlo, in ultimo facendoci i conti.

 

postato da: vingenzo alle ore 01:15 | link | commenti (4)
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sabato, 25 febbraio 2006

Crash – Contatto fisico di Paul Haggis

La redenzione come giustificazione, e un alibi per ognuno dei nostri simpatici protagonisti. Un film che finisce proprio laddove non voleva andare, in un circolo di vittimismo nonostante il (troppo)

palese proposito di essere impietoso. Alla fine sono tutti buoni, anche se hanno fatto cose nauseanti, praticamente un rovesciamento del principio che c’è del buono in ogni male. Il miracolo laico della pistola caricata a salve e di tutte le altre redenzioni è una scialba e smorfiosa parodia della detrascendentalizzazione minimalista, già tornata impossibile nella coscienza hollywoodiana, come neve sul fuoco.

C’è troppo neon nella notte e nella città di Paul Haggis, e viene di fatto da chiedersi se invece non sia la saturazione dei colori a trionfare nell’opaca disperazione della grande città. Ma Haggis non è Altman, e ciò che manca è proprio una coralità, nelle storie di questi eroi di tutti i giorni. Alla fine un film che piace e compiace, forse l’unico possibile punto di forza della narrazione, che impressiona i volti nella mente dello spettatore lasciandone correre le storie in tanti rivoli, ognuno di essi sempre più squisito fino al termine. E questa volta non serve scappare in cima ad un gran canyon per scoprire che non è tutto brutto, i nostri ci stanno alla perfezione dentro la grande cava illuminata, lì dopotutto c'è tutto ciò che vogliono, ogni tesoro come ogni leccornia è a portata di mano e non c'è che da scegliere sullo scaffale.

 

postato da: vingenzo alle ore 23:10 | link | commenti (5)
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mercoledì, 23 novembre 2005

Ancora un'occhiata sulla XXIII edizione di SulmonaCinema

Un'ora sola ti vorrei di Alina Marazzi

Ecco la motivazione, anche valida eventualmente come una mezza stroncatura, dell'Ovidio d'argento per la miglior regia assegnato ad Alina Marazzi per il suo "Un'ora sola ti vorrei".

“L’autrice non gira un solo fotogramma del film. Le immagini sono state realizzate dalle mani ormai morte dei suoi antenati e familiari prossimi. Oltretutto, l’autrice non è quasi mai presente durante le riprese eppure risulta parte del tessuto organico che l’ha generata e del film che lei ha generato. Una regia invisibile dove l’opera sfugge al controllo gerarca del regista. Le immagini diventano attori e materia emotiva, evadendo dallo spazio angusto della memoria.”

 

Dopo aver poco impressionato in un primo momento, alcuni si sono ravveduti. Impressioni latenti che si sviluppano nella memoria. Ed è forse destino di queste immagini quello di emergere un poco alla volta.

 

postato da: vingenzo alle ore 17:17 | link | commenti (1)
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lunedì, 14 novembre 2005

Di passaggio dalla XXIII edizione di SulmonaCinema

FUORI VENA di Tekla Taidelli

Film veloce, crudo, da bere tutto d'un fiato, dal soggetto scontato e la sceneggiatura realistica, dunque a suo modo anch'essa scontata. Il film è certo vivo, solo che, purtroppo, è "datato", in quanto utilizza un linguaggio cinematografico, o anche un semplice modo di porsi, nei confronti dell'eccesso, del degrado e della tossicodipendenza, destinato ad essere superato. Prima o poi ci si dovrà pure inventare qualcosa di nuovo per raccontare simili storie. Magari un linguaggio all'opposto di quello dal ritmo vorticoso alla Trainspotting, a cui il film ineluttabilmente finisce con l'essere debitore. Magari un linguaggio e un respiro più lieve, lento, in levare. Ma non è questo il problema; il problema è che, forse proprio come Trainspotting, il film è insincero. Ossia non dice nulla di ciò che sta dentro il tossico, accontentandosi della parodia che questi offre ogni giorno di sé per strada, sufficientemente bene, davanti ai nostri occhi. E il film non aggiunge nulla alla realtà, non aggiunge nulla non nel senso di una finzione, ma di una riflessione interiore che acceda alla psiche, oltre che all'anima, perché pure i tossici ne hanno una, di simili, patetiche figure allo sbando. Il film sostiene il risaputo. Ci si droga perché ci si vuole drogare, non c'è etica né amicizia nel mondo della droga, tutti sono vittime dei propri alibi e dunque innanzitutto di se stessi. Tutte cose che in realtà, nel fondo, non significano niente, perché non dicono nulla sulla dipendenza. E così nel voler raccogliere la cruda esteriorità di un personaggio, seppur di una figura amica, e pur affidandola ad una storia d'amore, la regista cade in un'antiretorica compiaciuta, comunque arcinota, forse già sclerotica, e il film non è che una compattazione di scampoli, di momenti di realtà di “‘sti tossici” che tutti quanti incontriamo nelle nostre giornate, ma che non abbiamo mai il tempo di seguire quando svoltano l'angolo, e dunque di conoscere per intero, perdendoli e mantenendo nei nostri occhi, eternamente, sequenze di degrado senza soluzione di continuità. Ma lo si sa benissimo dove vanno, e cosa fanno gli angeli decaduti perché non vanno all'inferno, lo si intuisce perfettamente anche continuando a camminare da soli per strada, dunque non ha senso stare loro dietro per più di un’ora e mezza. E alla fine sono proprio i tossicodipendenti gli unici sceneggiatori di questo copione che, purtroppo, non riescono ad interpretare mai veramente bene, così bene da farlo diventare cinema e dunque realtà.

postato da: vingenzo alle ore 21:11 | link | commenti (2)
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venerdì, 30 settembre 2005

ISTANTANEE DA VENEZIA62

Le petit lieutenant

La sequenza del piccolo tenente ubriaco che urla (scherzando, più o meno) “in culo a quelli di destra” è forse la più curiosa, recitata magnificamente, quella in cui Antoine appare in tutta la sua minuta tenerezza. Ci sono, forse, delle banalità: Il capitano Vaudieu che gli chiede delle canne, se le fuma, ecc... Banale questo bisogno di normalizzare, attualizzare la figura del poliziotto, di renderlo moderno, certamente superfluo.

Ma può apparire banale anche la sequenza in cui Vaudieu ha un cedimento in chiesa, alla vista del bambino che viene battezzato, memore del proprio che ha perso, per essere poi avvertita, all’uscita della stessa chiesa, della morte del piccolo tenente. Tutto allora assume il senso di una beffarda, sadica epifania e sarà quello, per lei, un modo di sentir morire due volte una figura protetta, sulla quale riversare le proprie attenzioni, un’epifania del dolore che non rispetta il sentimento umano della donna, l’unica ad avere una parvenza di umanità se gli altri colleghi non esitano a tornare al consueto giro di bevute nonostante il piccolo collega sia in coma. Non a caso è l’unica ad aver bisogno di aiuto (gli Alcolisti Anonimi, una presenza un tantino inflazionata del cinema attuale) per vincere le proprie debolezze, l’unica ad essere affetta da ipersensibilità, cosa di cui sembra venire marchiata sin dalle prime sequenze (un suo superiore le dice gentilmente, e pur mostrandogli stima, che non la vede adatta al ruolo, e lei stessa si chiede ad un certo punto se non sia troppo vecchia per il suo incarico). La cosa , tuttavia, si inserisce con un senso preciso all’interno della dimensione poliziesca e della trama giacché la cura sarà una soluzione finale drastica, cieca e consueta.

Banale potrebbe apparire questa storia di vite ordinarie, di tutti i giorni, di poliziotti comuni, ma l’ordinarietà del “caso” (un caso anonimo, poco avvincente, di barboni trovati morti, uno sbiadito giallo sulle prime, poi un ennesima caccia al killer in seguito) non banalizza la trama, semmai la rende più sottile perché flebile, ardita perché lieve. L’esatta misura dei caratteri storti, ma discreti, dei protagonisti e delle giornate che hanno edificato simili caratteri.

Eppure NYPD è lontano, il film rifugge attentamente il compiaciuto realismo della routine, quello che non va al di là dell’esatta, puntigliosa ricostruzione di un certo ambiente e dei suoi atteggiamenti codificati.

Sono tante le cose “banali” di questo film, l’errore che costa la vita ad un collega, il tema delle debolezze e delle dipendenze, delle affezioni, così che sulle prime si è spinti a credere che il film funzioni, oltre che per la bravura degli attori, per le sue sovrastrutture. Ma viene presto da chiedersi: quale altra storia si può raccontare sugli sbirri?

La pellicola si affranca dall'ormai logoro dualismo politicamente corretto/scorretto, superandolo attraverso un'accettazione di ambedue gli “stati d’animo”. In fin dei conti tutti prendono alla leggera le questioni politiche, e le discussioni che si fanno sui pedofili o la pena di morte hanno lo stesso spazio di una pizza. Un poliziotto sarebbe di estrema destra, un altro pare che abbia affisso dietro la propria scrivania un poster con l'immagine di una canapa indiana, non si sa bene con quale spirito, ma alla fine sono tutti dei mestieranti, possono mentire alla disciplinare oltre che a loro stessi (“non è stata una ricaduta” dice il giudice a Vadieu ubriaca) o usare la sirena per comodità personale e per gioco, come per gioco si può cazzeggiare con la pistola in camera da letto. Si lasciano andare, fanno ciò che si “spera” sarebbero capaci di non fare gli altri di fronte a certi energumeni. Lo schiaffo del poliziotto marocchino al primo russo arrestato è la restituzione di quanto ricevuto chissà quante volte, magari senza nemmeno essere toccato, magari da un collega. E' la conversione a un concetto di giustizia di tradizione consolidata oltre che un cedimento agli impulsi più primitivi. Ma proprio perché questi poliziotti non appartengono ad una morale superiore essi non possono essere giudicati da chi dice di averne una (la dissacrazione finale degli alcolisti anonimi quando la donna si alza e se ne va di scatto sembrerebbe affermare tutta l’insufficienza della morale, almeno nel mondo di oggi o nelle nostre giornate). Ma la strada che resta è una strada oscura, non certo rassicurante, è il silenzio sulla spiaggia dopo che giustizia è stata fatta, sotto forma di vendetta, il metodo più classico.

Il film si addentra qua e là nelle psicologie dei personaggi, sia pur in modo discreto, procedendo per accenni (il rapporto del piccolo tenente con la moglie, alla sua richiesta di fargli vedere le tette), scorgendo attimi di umanità in chiunque, persino in Pavel (il secondo russo che accoltella il tenente), per quanto siano attimi di paura nell'istante in cui viene sorpreso in casa da Antoine per un controllo, ma abbandona presto questa pista e ne celebra tutta l’impossibilità riaffermando in ultimo il poliziesco e la legge del poliziesco come l'unica soluzione veramente efficace o perlomeno possibile: l’uccisione del brigante russo, la vendetta, la cura finale.

postato da: vingenzo alle ore 14:11 | link | commenti (4)
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ISTANTANEE DA VENEZIA62

Banditi a Orgosolo

Un’ora e quaranta minuti senza un solo cedimento. Uno che sia uno.

postato da: vingenzo alle ore 13:44 | link | commenti (3)
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giovedì, 29 settembre 2005

ISTANTANEE DA VENEZIA62

Man Push Cart

Storia di una rockstar pakistana che si ritrova a fare il venditore ambulante di ciambelle e bibite calde nella “fredda”, “sporca” e spersonalizzante New York. Fa orari massacranti e alla fine di ogni giornata è costretto a fare un lungo tragitto con il suo chioschetto a due ruote per tornarsene a casa,  una topaia grigia e squallida, fare giusto qualche ora di sonno e poi alzarsi di nuovo per correre a svegliare con i suoi caffè i colletti bianchi che regolarmente si servono da lui. Ha una figlia che non gli permettono di vedere dopo la morte della moglie, morte avvenuta in circostanze che, mi pare, non vengono precisate dal film. Una figura dipinta in modo così impersonale, anonima e ottusa come una maschera acquisisce subito un tratto universale, di umanità gettata e umiliata in mezzo alla strada, che ogni giorno si incontra e ogni giorno si ignora. Il tipo ha un’aria davvero sbattuta e perennemente depressa, come depresso peraltro è l’intero film che procede con una seducente, sensuale aria stanca e flemmatica, grigia come New York, vista in modo originale da un angolo tanto comune ed usuale: la strada. Ma è come se l’occhio della macchina da presa, con i suoi primissimi piani, ingrandisse ogni cosa con una lente, come se usasse il microscopio per scorgere prima e mettere terribilmente a fuoco poi quei volti e quegli angoli di cui, di solito, solo i secondi e terzi piani, e le panoramiche, si occupano, ponendoci in prossimità di quel volto bruno caduto in disgrazia. E c’è già una storia, benché non la si conosca, in quella routine che si consuma così impietosamente, con la meccanica precisione di un’esecuzione. Poi il bel volto da fighetto-substar del protagonista incontra una ragazza spagnola che, non troppo diversamente da lui, lavora in un’edicola e pare non amare troppo il suo lavoro come del resto New York, troppo fredda, troppo sporca. Qui finisce la storia e comincia il film. I due si attraggono, lui è combattuto dai ricordi della moglie morta e dalle responsabilità verso la figlioletta, mentre si arrangia come può facendo lavoretti extra in casa di un connazionale più fortunato di lui, che lo ha riconosciuto come il cantante che ha allietato tante sue serate, che non smette di aiutarlo e favorirlo come di trattarlo da subalterno. Le storie di lui, del connazionale e della bella spagnola s’intrecciano, così pian piano dalla maschera emerge l’individuo, l’unicità e i tratti peculiari del protagonista ed è a questo punto che si rischia la caduta, appena il film si muove sul terreno della caratterizzazione pietosa e commovente, e dunque ultraindividualistica, dell’inimitabile protagonista. In una festa lei gli chiede perché cavolo sta sempre con il muso, certo, glielo chiede affascinata dalla sua aria da bello e tenebroso, lui le racconta della moglie morta e della sua scelta di sacrificare la sua carriera da star per amore della figlioletta o qualcosa del genere, del lento declino e così via, lui sta per diventare il nostro eroe, lontano ormai da qualsiasi quotidianità, ma il film sta per cadere in un baratro. Lei gli chiede di cantare, di fargli sentire qualcosa, lui accetta, ma poco dopo aver inspirato s’apre una porta e la volgarità del resto del mondo gli nega anche quella (ultima) possibilità. Lui torna ad essere ai nostri occhi il grandioso sfigato di cui andiamo fieri e il film è salvo. La prima mezz’ora di film, quando non si sa ancora niente, su come evolverà la storia, è onestamente fantastica, anche se non dice niente e l’idea di mettere in mostra la realtà silenziosa che si muove nel caos assordante delle città non è certo nuova, poi, è inevitabile, il nostro protagonista deve alzare il culo e farsi venire in mente qualcosa, giusto così, impossibile sottrarsi alle regole dell’azione, del dramma, del cinema. Difficile pretendere dal film qualche sprazzo, una vena di ironia considerando il registro cupo, ma delicato che la regia tiene, il problema restano proprio quei momenti in cui la sceneggiatura rischia di togliere universalità alla figura del venditore-rockstar, ma il fallimento del suo tentativo di rivalsa può giustificare e dare un senso anche a questi attimi di pericoloso narcisismo che celebrano, attraverso il fallimento dell’individuo, il dramma di un popolo anonimo e di tanto in tanto con una identità (i Pakistani). Per questo, forse, egli non saprà, o non potrà dire di no all’amico ambulante come lui che gli chiede di tenergli d’occhio il carrello, giusto un attimo dopo che il suo gli è stato rubato per un atto di “egoismo”,  per essere corso a comprare un flauto per la figlioletta, cedendo all’impulso di lasciare incustodito il suo cart e pensare per un attimo a se stessi, cosa che, in città più che altrove, è atto da non farsi.

Non c’è dubbio, il film (ri)afferma, senza la paura di fare del vittimismo, dell’autocommiserazione, che “la colpa è degli altri”, “la colpa è della società”, motto ormai passato di moda, caduto in disuso, difficile da difendere, ma che il film giustifica senza perdere un colpo, con grande rigore ed evidenza, senza scampo.

Persino le ineludibili questioni politiche appaiono talmente lontane da poter essere risvegliate solo in poche sequenze, per la morte di un gatto (!!!), qualcosa che sembra quasi diventare un alibi, “un’occasione” per tirare fuori ciò che forse è comunque troppo sommerso, troppo lontano dalla realtà, dal fondo piatto della realtà di un simile individuo. Ma è un’occasione per urlare, per arrabbiarsi, anche se per poco.

 

 
postato da: vingenzo alle ore 21:25 | link | commenti (3)
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